Cominciare
Non voglio ancora e lo so
L’acqua è più fredda di quanto ricordassi. Ho i peli dritti sulle braccia e la pelle rigida, come se dovesse difendersi. Respiro forte, faccio entrare l’aria e tiro dentro la pancia. Metto la testa sotto e comincio a scivolare nell’acqua, un braccio dopo l’altro. Le prime vasche sono una guerra contro l’istinto di fermarmi, tornare indietro e infilarmi subito sotto la doccia calda.
Non voglio ancora e lo so. Ma è quel “ancora” a fare tutta la differenza
Da mesi, qui fa un freddo cane. Quando apro la porta di casa, l’aria gelida mi prende a schiaffi in faccia e le gambe diventano di piombo: non hanno alcuna intenzione di accompagnarmi verso il destino che mi attende.
La bici, non la uso da mesi. Non ho la grinta per mettere in piedi tutto quel cinema. Vestirmi come se affrontassi una spedizione in Antartide. Strati su strati, zip chiusa fino al naso e comunque, la certezza che qualcosa mancherà. Soffrirò il caldo in salita e mi si geleranno mani e piedi in discesa. Non importa quanto pianifichi: non funzionerà.
C’è sempre un momento così. Quello prima di iniziare, in cui il corpo non vuole. Si irrigidisce, trattiene il respiro, alza barriere. È un rifiuto istintivo, immediato e automatico. L’acqua fredda sulla pelle, l’aria umida nei polmoni, il vento che entra nelle pieghe dei vestiti: tutto viene letto come una minaccia autentica.
Non è pigrizia, è memoria.
Il corpo ricorda il freddo che punge, l’occhiale che si appanna rendendomi cieca, la scarpa che si riempie di acqua, la perdita di equilibrio sul ghiaccio.
Il corpo ha paura e lo comunica con quello che conosce: le sensazioni. Pelle d’oca, respiro corto, tensione, sono il linguaggio atavico del corpo.
In questa memoria, però, c’è anche il ricordo di quando il freddo smette di essere il centro. C’è il ricordo del momento in cui il respiro si sistema, il ritmo arriva e il disagio si ridimensiona.
Più volte faccio quel primo passo e più il corpo saprà riconoscere, che cominciare può essere violento, ma non pericoloso.
Devo solo concedergli quel margine: un passo lento, una pedalata leggera e la promessa che posso sempre tornare indietro. Solo così smette di opporsi e inizia a collaborare. Fa ancora freddo, ma non si sente più in pericolo.
Infondo, c’è sempre da pagare un prezzo per l’ingresso.
Comincio a correre, anche se le gambe non vogliono saperne.
Gli concedo il tempo di prendere il ritmo
Poco alla volta, un respiro dopo l’altro.
Comincio e basta. Il freddo c’è ancora, ma non chiede più attenzione: è diventato parte del quadro.
La zip è chiusa fino al mento, l’aria resta fuori quel tanto che basta, so che manca qualcosa: un dettaglio, uno strato, una protezione in più, ma ha smesso di essere importante. Non sono più sulla soglia, sono fuori adesso.
Il corpo si assesta, il respiro trova spazio, il gesto prende forma.
Smetto di discutere con ogni sensazione, non cerco più la condizione perfetta, l’abbigliamento giusto, il momento ideale.
Qualcosa mancherà sempre, ma non avrà importanza.
Una volta iniziato, basterò io e quello che il mio corpo ha già imparato a fare.
È questo che alleno ogni volta che inizio senza la voglia di farlo: la capacità di fidarmi di quello che succederà e la consapevolezza di avere i mezzi per affrontarlo.
Non voglio ancora e lo so. Ma è quel “ancora” a fare tutta la differenza.



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