Essere
Ci sono persone che fanno una cosa e persone che sono quella cosa.
Due settimane fa sono caduta da un box in palestra. Una roba che se fosse successa a qualcun’altro avrei lodato la selezione naturale.
Niente di particolarmente grave: qualche punto e un po' di vergogna.
I punti li ho già tolti.
Il medico che me li ha messi, invece, ce l’ho ancora in testa.
Uno che tiene insieme un reparto con la stessa difficoltà con cui io faccio una call con una collega. Tutto che passa da lui e lui che risponde. Sempre, a tutti e persino sorridendo — che in un ospedale è quasi sospetto.
A me ha chiesto di tornare più volte per controllare la ferita. Niente appuntamenti, niente trafile particolari, semplicemente: “Passa e fammi vedere come va”.
Perché una persona che potrebbe limitarsi a fare il proprio lavoro, decide sistematicamente di fare qualcosa in più?
Qualche giorno prima avevo ascoltato un episodio di Pionieri dedicato a Silvano Fedel. Filippo Caon, lo descrive come un “rotolacampo”, quelle piante che si vedono nei film western che il vento trascina per chilometri attraverso il deserto.
Non è l’immagine di qualcuno che cerca il proprio posto nel mondo, ma di qualcuno che il mondo lo attraversa, con curiosità naturale e senza la tensione di dover diventare qualcosa di diverso.
Più ancora della metafora, mi è rimasta impressa una frase: l’importanza di Silvano Fedel nella storia del trail è difficile da misurare, perché ogni volta che provi a raccontare ciò che ha fatto, finisci inevitabilmente per raccontare chi è stato.
Credo che il punto sia tutto lì.
Non le gare o i risultati, ma il suo modo di stare al mondo.
Ascoltando quell’episodio non avevo la sensazione di sentire la storia di uno che correva, ma di uno che era così e che, tra le altre cose, correva.
La corsa come effetto collaterale di un modo di vivere.
Non lo sforzo, né l’abnegazione, ma la naturalezza.
Mi è tornato in mente il medico che mi ha messo i punti.
Silvano e quel medico, appartengono alla stessa categoria umana: quella delle persone che non fanno una cosa, la sono.
Sospetto che la disciplina c’entri molto poco e mentre fuori continua a dilagare questo immaginario delle passioni come battaglia contro sé stessi
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a me continuano a colpire questi personaggi, quelli che non stanno cercando di diventare qualcuno, perché stanno benissimo con chi sono già.
Per quel medico, prendersi cura delle persone non è un modo per sentirsi bravo, non è una qualità che esibisce, è semplicemente il suo modo di stare al mondo.
Come correre lo era per Silvano Fedel.
Queste persone non spendono energia a cercare di essere qualcun altro e mentre tutti sembrano impegnati a costruire la propria versione migliore, loro, quella versione, la vivono.
Ci sono persone che fanno una cosa e poi ci sono persone che sono quella cosa.
Le prime possono smettere.
Le seconde no.
Queste persone mi affascinano perché, in mezzo a tutto questo sforzo di migliorarci, mi ricordano che non si tratta di fare sempre meglio, ma si tratta di capire da dove stai partendo e verso cosa vuoi andare.
Posso essere disciplinata, costante, impeccabile e continuare comunque a tradire me stessa.
Oppure posso inciampare, perdere equilibrio, cadere da un box e sbagliare cento volte, ma restare fedele alla direzione.
Ho quasi smesso di chiedermi se sto facendo abbastanza.
Mi chiedo piuttosto se quello che faccio assomigli a ciò che sono.
Sto andando nella mia direzione o sto semplicemente diventando più brava a correre verso qualcosa che non mi appartiene?
Il punto non è fare sempre di più, ma smettere di correre così velocemente da non accorgersi, che si sta andando da un'altra parte.



Bellissimo riflesso, hai veramente ragione. Grazie.
Il problema è quando scopri che quello che fai non assomiglia a quello che sei. Tirarsene fuori alcune volte è dura altre quasi impossibile. Ma è l’unico modo per tornare a respirare
Grazie Laura